Smontando Airbnb

Appunti critici sul caso di Barcellona.

Autore: Albert Arias Sans
Traduttori: Christian e Franci

La cosiddetta economia collaborativa1, emersa bruscamente negli ultimi anni, si presenta come un nuovo paradigma economico basato sulla rivalorizzazione di beni in disuso e sul rendere più semplice la connessione tra i potenziali utenti in giro per il mondo. Una proposta che, secondo i suoi sostenitori, elimina gli intermediari, promuove il riciclo e l’ottimizzazione delle risorse e crea comunità di consumo al margine dei modelli del mercato tradizionale. Il settore degli alloggi turistici è uno degli ambiti di maggiore sviluppo di questa nuovo trend che, tuttavia, prende forma in modi differenti: dall’offrire gratuitamente un divano, allo scambio simultaneo di appartamenti per un dato periodo, fino all’affitto temporaneo di un bene immobile.

Turisti sulla Rambla di Barcellona, dove Airbnb concentra buona parte dell'offerta. Foto: Carles Ribas.

Turisti sulla Rambla di Barcellona, dove Airbnb concentra buona parte dell’offerta. Foto: Carles Ribas.

Qui proviamo ad analizzare criticamente l’affitto a breve termine di appartamenti e abitazioni sotto questo nuovo «paradigma» attraverso il caso di Barcellona, avvertendo che dietro la retorica dell’emancipazione, della redistribuzione e dell’autenticità2 si nascondono pratiche di rendita privata che possono avere costi sociali molto elevati. Per farlo ci concentreremo su uno dei modelli di impresa più in voga nell’economia collaborativa: Airbnb. Creata nel 2008, questa piattaforma on line mette in contatto i proprietari dei beni immobili – i cosiddetti host – con i clienti – i cosiddetti ospiti -, trattenendo per sé una commissione che varia rispetto al valore della transazione, la quale è mediata dall’impresa stessa. Un’azienda con sede europea a Dublino e con poco più di cinquecento lavoratori, ma che, nonostante ciò, ha un valore di mercato superiore alla maggior parte delle catene alberghiere mondiali.

Secondo Airbnb, Barcellona è la quarta destinazione mondiale per numero di offerte nel suo portale. I dati confermano la sua importanza3: 6800 offerte di appartamenti e 4800 offerte di stanze in affitto al maggio del 2014. Circa 30.000 posti letto stimati, che corrispondono approssimativamente alla metà dei posti totali tra hotel, pensioni e alberghi (68.000, secondo dati ufficiali del Comune). Non stiamo parlando dunque di un fenomeno marginale di quattro entusiasti che condividono aneddoti da viaggiatori, ma di migliaia di alloggi disseminati in edifici residenziali. Un’offerta abbastanza significativa in termini assoluti sulla quale proponiamo un’analisi critica esaminando i tre argomenti che, secondo l’impresa, costituirebbero la sua particolarità: la distribuzione spaziale, l’eccezionalità e la capacità redistributiva.

La ricerca dimostra che, al contrario del mantra dell’impresa, l’offerta non è distribuita tra i quartieri della città ma è altamente concentrata nei quartieri centrali e precisamente dove vi é la più alta presenza di hotel

Vediamo in primo luogo la distribuzione spaziale dell’offerta. La ricerca dimostra che, al contrario del mantra dell’impresa, l’offerta non è distribuita tra i quartieri della città ma è altamente concentrata nei quartieri centrali e precisamente dove vi é la più alta presenza di hotel. Alcuni dati lo dimostrano: il 96% dell’offerta è circoscritto alla metà dei quartieri. Il 60% dell’offerta totale si colloca nei distretti della Ciutat Viella e Eixample, i più turistici, mentre il resto lo troviamo soprattutto in quartieri storici e di classe media – Gracìa, Sants, Poble Sec, Pobleneu -, proprio laddove cresce la presenza di movimenti sociali che denunciano l’incipiente impatto provocato dagli appartamenti turistici. Da questo punto di vista, non si vede come l’offerta possa portare benefici alle periferie.

Mappa dell'offerta di appartamenti Airbnb a Barcellona, maggio 2014. Elaborazione propria.

Mappa dell’offerta di appartamenti Airbnb a Barcellona, maggio 2014. Elaborazione propria.

In secondo luogo, per quel che riguarda l’eccezionalità del tipo di alloggio, occorre distinguere nuovamente tra i casi in cui un proprietario affitta stanze dell’appartamento in cui vive, e la locazione di appartamenti interi. Sebbene la prima tipologia è senza dubbio la più eccezionale, attualmente non possiede una regolamentazione e non può essere valutata in termini legali. Tuttavia, l’affitto di appartamenti interi per un periodo inferiore a un mese è regolato a Barcellona dalla formula dell’abitazione a uso turistico (Habitatges d’Us Turistic, HUT) della legislazione catalana. A Barcellona esistono un totale di 9606 HUT, sia in edifici interamente destinati a quest’uso sia sparpagliati in edifici residenziali. Il numero di HUT è cresciuto di quattro volte dal 2012 fino a che la concessione di nuove licenze non è stata sospesa4, in attesa dei cambiamenti legislativi verso l’adattamento alla Direttiva Europea per i Servizi e l’approvazione di un Piano Urbanistico Regolatore. Sebbene non si conosca la cifra esatta, si stima che approssimativamente il 60% degli annunci di appartamenti (4000 circa) non abbiano licenza. Ma c’è di più. La metà degli annunci irregolari li troviamo a Ciutat Vella, un distretto che nel 2010 ha esplicitamente proibito nuove licenze di HUT a causa del loro elevato impatto. Così, scopriamo che, con la scusa dell’eccezionalità, Airbnb è il cavallo di Troia della deregolamentazione urbanistica e dell’ipersfruttamento turistico.

Cifre a parte, dovremmo prima domandarci se l’abitare può entrare a far parte di questa logica “collaborativa” che rimane potenzialmente speculativa e con un costo sociale molto alto

L’ultima questione è in relazione ai supposti benefici dati dalla redistribuzione dei profitti generati dall’immissione nel mercato di immobili o parti di immobili vuoti o sottoutilizzati per essere consumati per un breve periodo.
Se guardiamo alla concentrazione della proprietà dell’offerta, i risultati sono evidenti. Il 2,5% dei locatari (molte sono imprese camuffate in profili personali) controlla il 30% dell’offerta di appartamenti. Il 60% degli annunci provengono da proprietari con più di un appartamento inserito nella piattaforma. Inoltre l’elemento insistente che attraverso questo modello di consumo diretto i visitatori aiuterebbero a redistribuire ricchezza svanisce quando ci si rende conto che la presenza nei quartieri periferici è minima. Cifre a parte, dovremmo prima domandarci se l’abitare, a differenza della condivisione di un’automobile o di un parcheggio, può entrare a far parte di questa logica “collaborativa” che rimane potenzialmente speculativa e con un costo sociale molto alto se pensiamo che il costo di un affitto temporaneo può essere tre o quattro volte più elevato di un affitto convenzionale di lungo periodo.

Airbnb è il cavallo di Troia della deregolamentazione urbanistica e dell’ipersfruttamento turistico

Infine, affrontando così anche la questione delle stanze condivise, sarebbe necessario porre l’attenzione sul fatto che la redistribuzione della ricchezza prodotta dal turismo passa per le possibilità di estrazione di rendita (anche se si tratta dell’affitto di una porzione di appartamento) e mai per la tassazione delle attività economiche e del lavoro. Ogni volta che qualcuno parla dell’utilizzo degli immobili come forma di produzione di ricchezza si eludono alcuni elementi: la condizione di proprietari, la disponibilità ad affrontare le spese e i rischi di un investimento immobiliare o la disponibilità di una casa abbastanza grande da accogliere ospiti. Bisognerebbe anche analizzare da dove deriva il discorso dell’economia collaborativa che, dietro le ambiguità del «nuovo paradigma», annulla ogni responsabilità fiscale e fa sfumare pericolosamente il valore del lavoro in un mix di rendita, lavoro di cura e monetarizzazione degli affetti. Se pretendiamo un miglioramento delle nostre condizioni lavorative e una responsabilizzazione del settore turistico tradizionale nel pagare i contributi, perché dimenticarcene in questi nuovi scenari?


1 [ndt] L’economia collaborativa, o sharing economy (in Italia anche consumo collaborativo), rappresenta un insieme di modelli economici basati sulla condivisione di beni, servizi, conoscenze. Si propone, tra gli altri, gli obiettivi di ridurre l’impatto sociale del consumismo, sia con motivazioni ecologiche, sia esperienziali, sia di mero risparmio economico. Può essere improntato alla gratuità, alla condivisione o alla semplice copertura delle spese vive oppure a costi più bassi rispetto al mercato «normale». Trova le sue espressioni concrete in diversi campi, come il trasporto (car sharing, bike sharing, Blablacar ma anche Uber), il viaggio, l’ospitalità e ciò che vi è connesso (coachsurfing, Airbnb, Tripadvisor), le conoscenze (le banche del tempo), il lavoro (coworking), la ristorazione (social eating e home restaurant: queste ultime, forse meno conosciute, non sono altro che la cucina e il consumo di pasti a casa propria, a pagamento, con degli sconosciuti che vengono incontrati tramite le solite piattaforme on line; la differenza è solo nella saltuarietà del social eating, laddove l’home restaurant è un vero proprio ristorante a casa propria). Nella sua codificazione, di solito le varie tipologie di sharing economy vengono suddivise in due categorie: business to consumer (b2c) e consumer to consumer (c2c), per distinguere laddove vi è profitto e dove no.

2 [ndt] Soprattutto rispetto al «viaggio» e al turismo, alle pretese caratteristiche di «altro consumo» succitate si aggiunge l’argomento della maggiore autenticità contro una progressiva artificializzazione del mondo: il bed and breakfast (anche nella versione air) contro l’hotel, lo slow food e il kilometro zero contro il cibo spazzatura, un maggior rapporto con la natura o con l’ambiente autoctono contro l’uniformazione e museificazione dei contesti urbani di tutto il mondo. Va da sé che queste siano le basi anche del cosiddetto turismo esperienziale, basato appunto sul concetto di «vivere un esperienza».

3 I dati riportati in questo articolo sono il risultato della ricerca svolta congiuntamente con Alan Quaglieri, che si pubblicò nel 2015. Arias-Sans, A., Quaglieri, A. «Unravelling Airbnb. The case of Barcelona» in Richards, G., Russo, AP. (eds.) Reinventing the local in tourism. Travel communities and peer-produced place experiences. London: Channelview

4 L’articolo è dell’estate 2015.